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«Becuccio bicchieraio da Gambassi». Competenze professionali e mobilità sociale nella Firenze rinascimentale

Franco Ciappi, Silvano Mori, «Becuccio bicchieraio da Gambassi». Competenze professionali e mobilità sociale nella Firenze rinascimentale, Pisa, Pacini, 2020, 240 pp., ill., ISBN 978-88-6995-731-4

Biblioteca della «Miscellanea Storica della Valdelsa»
n. 33
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Indice e/o abstract: 

Presentazione di Sergio Tognetti [pp. 7-10]
Abbreviazioni [p. 11]
Premessa. Chi era Becuccio? [pp. 13-21]

1. LE MODESTE ORIGINI FAMILIARI [pp. 23-43]
   1.1. La famiglia del padre [pp. 23-32]
         Fig. 1. La famiglia di Domenico di Iacopo [p. 25]
   1.2. La famiglia della madre [pp. 32-43]
         Fig. 2. La famiglia di Giorgio di Nanni [p. 33]

2. DA GAMBASSI A FIRENZE [pp. 45-95]
   2.1. Nel flusso migratorio [pp. 45-56]
   2.2. Il testamento [pp. 56-60]
   2.3. L’attività vetraria [pp. 60-80]
      2.3.1. La clientela ecclesiastica [pp. 67-78]
      2.3.2. La clientela laica [pp. 78-80]
   2.4. L’attività creditizia [pp. 80-86]
   2.5. L’attività di rigattiere [pp. 86-90]
   2.6. Le proprietà immobiliari [pp. 90-95]

3. LA MORTE E L’EREDITÀ [pp. 97-165]
   3.1. La morte [pp. 97-98]
   3.2. Le dispute per l’eredità [pp. 98-102]
   3.3. La vedova [pp. 102-130]
      3.3.1. La bottega di bicchieraio [pp. 102-106]
      3.3.2. Il secondo marito: Bartolomeo Bianchi [pp. 106-118]
         Fig. 3. La famiglia Bianchi [p. 107]
      3.3.3. Il terzo marito: Iacopo di Giovanni [pp. 118-130]
         Fig. 4. La famiglia di Iacopo di Giovanni [p. 119]
      3.3.4. Il quarto marito: Alessandro di Michele [p. 130]
   3.4. La figlia [pp. 131-165]
      3.4.1. La bottega di rigattiere [pp. 131-138]
      3.4.2. Il primo marito: Giovanfrancesco Bianchi [pp. 138-141]
      3.4.3. Il secondo marito: Giovanni Ciaini da Montauto [pp. 141-165]
         Fig. 5. La famiglia Ciaini da Montauto [p. 142]

4. BECUCCIO, ANDREA DEL SARTO E IL PONTORMO [pp. 167-172]

Conclusioni [pp. 173-177]
Appendice documentaria [pp. 179-196]
Bibliografia [pp. 197-209]
Indice dei nomi, dei luoghi e delle cose notevoli [pp. 211-230]
Tavole [pp. 231-240]


Presentazione di Sergio Tognetti

L’artigianato toscano fra basso Medioevo e Rinascimento non finirà mai di stupire. Vero e proprio contraltare socio-economico della grande mercatura di rango internazionale, esso ha lasciato in eredità alla regione un patrimonio culturale straordinariamente più longevo e pervasivo. Nella percezione comune, infatti, la Toscana è soprattutto assimilata alla eccezionale quantità e qualità di opere d’arte (nel senso più ampio del termine), mentre è virtualmente ignoto il suo reale contributo allo sviluppo del moderno capitalismo commerciale e finanziario. In effetti le due realtà erano strettamente interconnesse e trovavano un punto di felice giuntura in quella che possiamo considerare la comune formazione educativa di quasi tutti i maschi adulti che vivevano al­l’epoca in un contesto urbano: saper leggere, scrivere e far di conto, da una parte; andare a bottega, qualunque essa fosse, dall’altra. Apprendere un mestiere era un imperativo culturale e morale, sia per i rampolli delle grandi famiglie mercantili, sia per i più modesti figli di notai, medici, maestri elementari e di abaco, piccoli commercianti e tanti, tantissimi artigiani. Insomma, non sarebbe del tutto esagerato dire che alla base del Rinascimento vi fu sostanzialmente una civiltà di tecnici, ragionieri e periti di ogni sorta.

Saper fare delle cose sempre più complesse e belle costituisce tutto quello che nelle più sviluppate società contemporanee è inquadrato nelle categorie di brands, formazione professionale, sviluppo del capitale uma­no, acquisizione di know how. L’origine di tutto ciò, almeno per quanto riguarda l’Europa antecedente l’industrialismo ottocentesco, rimanda indiscutibilmente al mondo delle Arti e degli opifici manifatturieri dei secoli XIII-XVI, tra i quali quelli toscani (e di Firenze in particolare) hanno rappresentato per molti aspetti una vera e propria eccellenza. Naturalmente, quando parliamo di artigianato qualificato ci riferiamo a una congerie assai articolata di attività professionali: dai fabbri ferrai ai tessitori di broccati, dai fabbricanti di scarpe ai miniatori, dai maestri muratori ai battiloro, dagli armaioli ai cartolai, dai sarti agli scalpellini, dagli orefici ai tintori di stoffe, dagli occhialai ai pittori. E mentre oggi le tecnicalità espresse nei processi manifatturieri ad alto valore aggiunto godono di una elevata considerazione sociale e vengono altamente remunerate, nei secoli dell’età pre-industriale esse erano in larga misura ‘azzoppate’ da un modesto sviluppo tecnologico e da un pregiudizio negativo verso le attività manuali espresso dalle élite politiche e culturali del tempo (tra questi gli intellettuali umanisti furono certamente in prima fila). Ciò non toglie che l’esercizio di un mestiere qualificato, da esercitarsi anche ‘con le mani’, poteva essere spesso il volano attraverso il quale una famiglia di artigiani poteva compiere un percorso di ascesa sociale oltre che economica, il cui obiettivo ultimo era costituito ovviamente dall’ingresso nella cerchia delle famiglie del­l’alta borghesia mercantile con il conseguente abbandono del lavoro manuale.

Il lavoro che qui presentiamo rappresenta, da questo punto di vista, un caso esemplare e paradigmatico per la storia economica e sociale della Toscana fiorentina. Come spesso capita quando si studiano i percorsi di ascesa sociale nella Firenze fra basso Medioevo e Rinascimento, si sono affrontati differenti argomenti legati ai rapporti città-campagna, ai flussi migratori, all’organizzazione della fiscalità nello stato territoriale fiorentino, al trasferimento di abilità professionali, alle alleanze matrimoniali e altri ancora. E questo per il semplice fatto che la Firenze di quei secoli, forse come nessuna altra grande città dell’Italia e dell’Europa del tempo, visse una stagione molto lunga di mobilità sociale (in ascesa come in discesa) fino a che, molto più tardi rispetto a contesti continentali vicini e lontani, le istituzioni politiche non sancirono in maniera (quasi) definitiva le appartenenze di ceto. Il protagonista di questo libro, Becuccio Bicchieraio (di fatto e di nome) originario di Gambassi in Val d’Elsa, vero e proprio imprenditore del vetro nella Firenze del primo Cinquecento, dimostra ancora una volta che i vincoli sociali non erano ancora in grado di impedire ascese repentine e successi spettacolari: solo la mancata discendenza maschile impedì il radicamento della sua famiglia tra quelle della borghesia manifatturiera urbana.

La biografia del vetraio gambassino, così come le pregresse vicende dei suoi avi (umilissimi mezzadri valdelsani), quelle dei suoi parenti acquisiti (rigattieri, battilori, merciai e calzolai fiorentini, ma soprattutto bicchierai e vetrai gambassini immigrati a Firenze) e l’orga­nizzazione produttiva di fornaci e botteghe, sono illuminate dai due autori in maniera assai accurata e dettagliata. Di grande interesse è poi il ruolo socio-economico svolto da alcune donne di famiglia, non solo in veste di portatrici di doti, ma anche e soprattutto quali finanziatrici di imprese in maniera diretta o tramite terzi (cioè grazie a un primo, un secondo, un terzo e persino un quarto marito!).

Con uno scandaglio davvero ammirevole di una vasta ed eterogenea documentazione inedita (catasti ed estimi di età repubblicana, decime granducali, liste di pubblici ufficiali dello stato, rogiti notarili, libri contabili e inventari di enti ecclesiastici e assistenziali), accompagnata da un sapiente e selezionato utilizzo di una bibliografia per forza di cose straripante, Ciappi e Mori sono riusciti a delineare, con un grado di approfondimento non comune, un percorso tipologicamente affine a quello di tanti altri artigiani del tempo.

In quest’ottica almeno due aspetti del volume meritano di essere sottolineati.

Da una parte abbiamo una realtà, quella di Gambassi, un piccolo castello della Valdelsa abitato a fine ’400 da meno di 500 anime, che si configurava come un vero e proprio ‘distretto manifatturiero’ altamente specializzato. Su 113 capifamiglia elencati nell’estimo del 1487, ben 41 dichiaravano di lavorare a vario modo e grado nella lavorazione del vetro, senza contare quelli impegnati nella produzione di beni e servizi del­l’indotto. Si trattava dunque di un borgo rurale dall’econo­mia sui generis, perché il settore primario non costituiva affatto l’atti­vità principale, come avveniva viceversa nella Toscana mezzadrile del tempo. Se voles­simo spingerci ancora più in là, potremmo dire che la struttura socio-economica di Gambassi ricorda, per molti versi, quella di tanti operosi borghi coevi delle valli prealpine lombarde e venete, prevalentemente popolate da famiglie impegnate nella produzione di semilavorati e manufatti più che nell’agricoltura. La marcata specializzazione della comunità valdelsana era nota e ricercata, non solo a Firenze o in altre città toscane. I gambassini sciamarono in cerca di fortuna verso numerose realtà dell’Italia centro-settentrionale, condividendo così i ‘segreti’ del mestiere e promuovendo altresì la diffusione di un cognome parlante. Quando lo facevano, almeno per un paio di generazioni, riproducevano nel luogo di immigrazione il microcosmo sociale e comunitario di provenienza, secondo un modello che ritroviamo nel caso di altri comparti produttivi, come in quello dei mastri cartai di Fabriano, Camerino e Colle Val d’Elsa o in quello (certamente più clamoroso) delle maestranze lucchesi impegnate nello sviluppo dei setifici in molte realtà urbane dell’Italia tre-quattrocentesca, tra cui soprattutto Venezia.

Dall’altra parte abbiamo il contesto fiorentino. Contrariamente al modello di immigrazione prevalente sino al Trecento, dal XV secolo la città accoglieva soprattutto individui impegnati in attività professionali qualificate. Un fenomeno plurisecolare, innescato dagli effetti della Peste Nera e dal crollo epocale della popolazione, aveva infatti privilegiato, anche per la decisa riconversione dei capitali privati, le produzioni ad alto valore aggiunto a scapito delle attività basate su una numerosa manodopera di bassa qualità. Se nella Firenze di Dante e Boccaccio gli immigrati erano prevalentemente impiegati in mestieri umili (si pensi alle prime fasi di trasformazione del settore laniero, ai manovali dell’edilizia, ai facchini e a tante altre occupazioni di fatica), nel Quattrocento e nel Cinquecento i villani ‘incittadinati’, in numero assai inferiore rispetto a quello dei secoli precedenti, svolgevano quasi tutti mestieri artigiani. Di questo ‘fervore bottegaio’ il volume di Ciappi e Mori rende straordinariamente bene l’atmosfera, grazie alla minuziosa ricostruzione di tutti i rami famigliari (diretti, indiretti, acquisiti) gravitanti intorno alla vita e al lavoro di Becuccio Bicchieraio, con le varie piccole imprese di vetrai, bicchierai, rigattieri, lanciai, merciai, calzolai e persino pittori. Sì perché la vera ciliegina sulla torta è costituita dall’approfondimento, e dalla precisa verifica documentaria, dei legami di vicinato e amicizia che Beccuccio e suo genero ebbero con artisti quali Andrea del Sarto e Pontormo. Grazie alla scoperta di testimonianze inoppugnabili, Ciappi e Mori riescono finalmente a datare con precisione alcune celebri opere conservate al museo degli Uffizi e alla Galleria Palatina di Firenze, alla National Gallery of Scotland di Edimburgo, alla Galleria Cini di Venezia.

Insomma, possiamo salutare con grande soddisfazione questo lavoro e complimentarci con gli autori. Se poi pensiamo che Ciappi e Mori non sono studiosi di professione, bensì semplici, ammirevoli (ma più che attrezzati) appassionati di storia, doppio dovrà essere il nostro ringraziamento nei loro confronti.